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Deportazione

Trasferimento forzato in luogo lontano da quello della propria origine e abituale dimora di parti più o meno consistenti di popolazione civile.

Praticata fin dall'antichità come strumento di dominio o come pena mediante cui il condannato era privato dei diritti civili e politici e relegato in un territorio lontano dalla madrepatria, la deportazione ha assunto in epoca contemporanea caratteristiche di massa diventando uno strumento di politica demografica o di discriminazione razziale. 

La deportazione della popolazione civile in campi di concentramento o in piccole località dell'interno (da cui il termine internare) fu un provvedimento messo in atto frequentemente durante la Seconda Guerra Mondiale. In particolare la Germania nazista fu il paese che perseguì questo disegno nella maniera più radicale, arrivando a internare nei lager, a partire dal 1933, oltre otto milioni di persone: ebrei, omosessuali, zingari, e oppositori politici di nazionalità tedesca o deportati dai paesi occupati dalle truppe tedesche nel corso della guerra. Inizialmente impiegati in lavori forzati, questi deportati furono nella quasi totalità sterminati.

Il regime nazista di Hitler, inoltre, deportò anche centomila francesi dall'Alsazia-Lorena alla Francia di Vichy e oltre un milione di polacchi dalle zone occidentali della Polonia al Governatorato generale della Polonia controllato dai tedeschi con l'obiettivo di "germanizzare" i territori occupati o annessi.

Per quanto riguarda l'Italia, invece, la questione deportazione deve essere vista da due prospettive diverse. A seguito dell'Armistizio dell'8 settembre 1943, infatti, da un lato, l'occupazione tedesca della penisola diede il via al trasferimento ad opera delle truppe germaniche di circa 800mila italiani (nella stragrande maggioranza maschi utilizzati come manodopera, anche se non mancarono alcune migliaia di donne) nei territori del Reich; dall'altro lato, la nascita del governo collaborazionista della Repubblica Sociale Italiana decretò l'inasprimento della persecuzione antiebraica, la creazione di campi di raccolta e smistamento e l'inizio delle deportazioni razziali dall'Italia ai lager nazisti.

Bibliografia e approfondimenti:

  • Dizionario di storia, Bruno Mondadori Ed., Milano 1995;
  • Roy Gutman, David Rieff (a cura di), Crimini di guerra. Quello che tutti dovrebbero sapere, Contrasto-Internazionale, Roma 1999;
  • Enzo Collotti, Renato Sandri, Frediano Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, G. Einaudi Editore, Torino 2000;
  • Marina Cattaruzza, Marcello Flores, Simon Levis Sullman, Enzo Traverso (a cura di), Storia della Shoah. La crisi dell'Europa, lo sterminio degli Ebrei e la memoria del XX secolo, 5 voll., UTET, Torino 2005-2006.

Approfondimenti al femminile

Sebbene le testimonianze femminili siano di meno rispetto a quelle maschili, esse risultano utili per comprendere e raccontare come la deportazione femminile abbia avuto caratteri propri distinti da quella maschile, in quanto le donne per la loro costituzione fisica e per la natura della loro psiche furono esposte a sofferenze più profonde e più disparate in confronto a quelle subite dai loro compagni uomini di prigionia.

Anna Bravo, storica torinese, ha spiegato che le esperienze delle donne furono diverse da quelle maschili in quanto “essere prigioniere voleva dire esporre in pubblico, a sguardi di aguzzini, corpi abituati dal costume di settant’anni fa a un pudore rigoroso; vedere quelli di altre, magari anziane, e restarne turbate; non potersi più riconoscere nella propria immagine fisica. Voleva dire vivere con bambini destinati a sparire, con compagne che arrivavano incinte in lager e si affannavano per nutrire un figlio che sarebbe stato ucciso appena nato; scoprire nelle donne, anche in se stesse, una distruttività che non si sarebbe mai immaginata; subire, spinta all’estremo, una vita promiscua di cui non si aveva alcuna esperienza, neppure quella che agli uomini veniva dall’aver fatto il servizio militare e la guerra”.

Escludendo le Ebree, le deportate italiane per motivi politici furono 1.513, dove con il termine “politico” si intendono non solo gli oppositori politici al fascismo e al nazismo in senso stretto, ma anche altre categorie di prigionieri: delinquenti abituali, religiosi, lavoratori civili, e così via. Le 1.513 donne deportate e connotate per qualche ragione come politiche costituirono una percentuale ridotta rispetto all’universo maschile, e cioè il 6,4% su 23.826 deportati politici dall’Italia. Per queste donne i campi di arrivo di maggiore afflusso furono Auschwitz e Ravensbrück, dove esse giunsero rispettivamente nel numero di 631 e di 768.

Bibliografia e approfondimenti:

  • Shoah e identità di genere, in Francesco Maria Feltri, Maria Manuela Bertazzoni, Franca Neri, Chiaroscuro, Sei Editrice 2010;
  • Alessandra Chiappano (a cura di), Essere donne nel lager, Editrice La Giuntina, Firenze 2009, pagg. 174-175;
  • Lucio Monaco, La deportazione femminile nei lager nazisti, FrancoAngeli, Milano 1995.

Deportazione – Per saperne di più…Approfondimenti al femminile


Fonti
Le fonti correlate a:
Deportazione
  • home.Mariuccia Nulli la cella del Lager

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