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Zona grigia

Il termine "zona grigia" può essere definito secondo due accezioni apparentemente distanti tra di loro.

La prima definizione viene da Primo Levi che nel libro I sommersi e i salvati titola un capitolo proprio con l'espressione "zona grigia": lungi dalla tentazione di voler distinguere sempre e immediatamente tra il bene e il male nella realtà terribile di Auschwitz, la "zona grigia" è quella della collaborazione che si sviluppa intorno al potere, quella degli oppressi che nel tentativo di sopravvivere accettano il compromesso con i loro oppressori, diventandone collaboratori, nel contesto di un'organizzazione totalitaria del potere.

La seconda accezione di "zona grigia", invece, è strettamente legata alla vicenda dell'Italia nel periodo 1943-1945, anni che lo storico Claudio Pavone ha definito di guerra civile. "Zona grigia" è una categoria storiografica introdotta da Renzo De Felice in cui rientra "la maggioranza degli italiani" che dopo l'8 settembre 1943 assistette alla guerra senza prenderne parte, con un "atteggiamento di sostanziale estraneità, se non di rifiuto, sia nei confronti della RSI che della Resistenza". La "zona grigia" coincide sostanzialmente con l'"attesismo civile": gli attendisti detestavano i fascisti, considerati come causa prima del perdurare della guerra e dei sacrifici che essa comportava, e mal tolleravano i partigiani, a loro volta ritenuti responsabili delle rappresaglie, dei rastrellamenti e del coinvolgimento della popolazione civile in una guerra che non era sentita come propria. Rifiutando di schierarsi, venivano visti da entrambi gli schieramenti come traditori; il sentimento prevalente era quello di aspirazione alla pace. Naturalmente le sfumature di comportamento delle popolazioni della "zona grigia" erano estremamente varie e la memorialistica e la letteratura di parte ha di volta in volta sottolineato la simpatia manifestata per i reparti e le istituzioni della RSI oppure la solidarietà verso la lotta partigiana, concretizzatasi anche nell'occultamento dei prigionieri alleati, dei piloti alleati abbattuti e degli ebrei, nonché nel sostegno dato ai renitenti alla macchia e ai militari del Regio Esercito in clandestinità.

È chiaro, quindi, che le due definizioni di "zona grigia" fanno riferimento a situazioni contraddistinte da gradi molto differenti di libertà e, conseguentemente, di responsabilità. Tuttavia, entrambe le accezioni convergono sulla constatazione che ad Auschwitz, come in Italia tra il 1943 e il 1945, ciò che prevalse fu l'istinto di sopravvivenza, con la conseguenza di annientare "la moralità, la solidarietà nazionale, il patriottismo e gli ideali di libertà, di giustizia e di dignità umana".

Bibliografia e approfondimenti:

  • Primo Levi, I sommersi e i salvati, G. Einaudi Editore, Torino 1986;
  • Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991;
  • Renzo De Felice, Rosso e nero, a cura di P. Chessa, Baldini e Castoldi, Milano 1995;
  • Agostino Giovagnoli, Resistenza e "zona grigia", in "Studium", Anno 103°, n°1, gennaio-febbraio 2007, pagg. 45-58.

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