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Delazione

In diritto, eminentemente nel diritto penale, il termine delazione indica una denuncia, eventualmente anche anonima, con la quale si porta a conoscenza dell'autorità giudiziaria la commissione di un reato o di un altro illecito di cui vi sia stata consumazione o anche solo tentativo.

In Italia, durante il Fascismo, tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, la pratica della delazione piantò le sue radici nella società, penetrando nell'area del dissenso clandestino, degli ambiti apolitici e finanche dei settori schiettamente fascisti.

Venivano considerati delatori coloro che, sperando di poter ottenere condizioni favorevoli per loro stessi, facevano attività di spionaggio a favore del regime. Gli "spioni" si ritenevano (o comunque si autodefinivano nelle loro lettere, spesso anonime) buoni cittadini dell'Italia littoria, collaboratori esemplari delle autorità. Obiettivo preferenziale dei confidenti erano i "disfattisti", i pacifisti, gli ebrei, gli ascoltatori di Radio Londra.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, in particolare sotto l'occupazione nazifascista, i delatori denunciavano i propri compaesani o guidavano sul suolo italiano i soldati stranieri che non avevano particolare dimestichezza con il territorio, soprattutto in prossimità delle zone appenniniche. In questo periodo, aumentò la propensione degli informatori a giocare in proprio, ovvero a ricercare vantaggi individuali servendo alternativamente fascisti o tedeschi. Il bersaglio principale consisteva negli ebrei e nei partigiani; per ogni arresto, l'autore della spiata riceveva laute ricompense, in denaro o in beni in natura (in particolare chili di sale).

Una fitta rete di delazioni caratterizzò gli anni della lotta di liberazione nazionale e fu la causa di numerose stragi di civili, in una forma particolarmente vile ed efficace di collaborazionismo, perché sotterranea e con pochi rischi. L'efferato eccidio di Sant'Anna di Stazzema, una piccola frazione in provincia di Lucca, è legato ad un caso di delazione. Qui il 12 agosto 1944 avvenne il massacro di 560 civili, in maggioranza bambini, donne e anziani. Si trattò di un vero atto terroristico, di un'azione premeditata e curata in ogni minimo dettaglio, che aveva l'obiettivo di distruggere il paese e sterminare la popolazione per rompere ogni collegamento fra i civili e le formazioni partigiane presenti nella zona. In quel caso, l'azione di alcuni abitanti dei paesi limitrofi fu determinante per scortare gli ufficiali ed i soldati tedeschi al paesino, altrimenti impossibile da raggiungere da forestieri, poiché nascosto tra la natura.

Bibliografia e approfondimenti:

  • Mimmo Franzinelli, Delatori. Spie e confidenti anonimi: l'arma segreta del regime fascista, Mondadori, Milano 2001.

Approfondimenti al femminile

Tra il 1943 e il 1945 molte donne aderirono alla Repubblica Sociale Italiana e si schierarono a fianco dei tedeschi. Tra le diverse tipologie di collaborazionismo, un tratto distintivo della guerra civile e azione considerata come tipicamente femminile fu la delazione. Le autorità fasciste e tutti i corpi armati della RSI, nonché i soldati tedeschi, si avvalsero della delazione come uno dei principali strumenti di controllo repressivo. Non furono poche le donne che, per ideologia, per soldi, per vendetta, o anche per paura, per ricatto o esigenze di sopravvivenza, denunciarono e consegnarono i propri “concittadini” ai nazifascisti, segnandone drammaticamente la sorte.

Per certi versi, una categoria particolari di delatrici (e delatori) fu quella di chi si manteneva o si arricchiva denunciando ebrei e permettendone, in questo modo, la deportazione nei campi di concentramento. Si trattava di delazioni mirate che consentirono ai tedeschi di riuscire a scovare intere famiglie ebree laddove essi non si sarebbero mai potuti spingere con i loro soli mezzi.

La delazione poteva essere occasionale e/o anonima, generalmente riconducibile a un singolo episodio – e motivata, in tal caso, da questioni private o dall’ansia di riscuotere la ricompensa – o poteva assumere nel tempo un carattere continuativo: la delatrice, in rapporti confidenziali con le autorità, veniva, per così dire, “istituzionalizzata”, conquistando lo status di “spia autorizzata” e giungendo anche a percepire un congruo stipendio mensile.

Nel dopoguerra, la delazione, sebbene controverso e difficile da provare, fu il secondo reato più contestato alle donne processate per collaborazionismo.

Bibliografia e approfondimenti:

  • Cecilia Nubola, Fasciste di Salò, Editori Laterza, Roma-Bari 2016;
  • Roberta Cairoli, Dalla parte del nemico. Ausiliarie, delatrici e spie della Repubblica Sociale Italiana (1943-1945), Mimesis. Passasto Prossimo, Milano-Udine 2013;
  • Michela Ponzani, Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, “amanti del nemico”. 1940-1945, Einaudi, Torino 2012;
  • Francesca Alberico, La “donna velata”: un caso di collaborazionismo femminile nell’imperiese, in “Storia e memoria”, anno XVII, n.1/2008, Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea;
  • Sergio Bugiardini (a cura di), Violenza, tragedia e memoria della Repubblica Sociale Italiana, Carozzi, Roma 2006;
  • Maura Firmani, Oltre il SAF: storie di collaborazioniste della RSI, in Dianella Gagliani (a cura di), Guerra Resistenza Politica. Storie di donne, Aliberti Editore, Reggio Emilia 2006;
  • Marina Addis Saba, La scelta. Ragazze partigiane, ragazze di Salò, Editori Riuniti, Roma 2005;
  • Maria Fraddosio, La militanza femminile fascista nella Repubblica Sociale Italiana. Miti e organizzazione, in “Storia e problemi contemporanei”, n.24, a.XII, Clueb, Bologna 1999;
  • Marino Vigano, Donne in grigioverde, Il Settimo Sigillo, Roma 1995.

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