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Montechiarugolo (PR)

La storia del Comune di Montechiarugolo negli anni della Seconda Guerra Mondiale è strettamente legata alle vicende di due luoghi: il Castello quattrocentesco appartenente alla famiglia Marchi e situato nel pieno centro del paese, e gli alberghi Terme e Bagni nella località di Monticelli Terme. Dal giugno 1940 fino al settembre 1943 il Castello di Montechiarugolo ospitò un campo di internamento civile fascista che fu attivato dal Ministero dell'Interno e che nell'agosto del 1940, a poco più di un mese dalla sua apertura, raccoglieva già 62 internati, per lo più "sudditi nemici" inglesi e francesi ed "ebrei stranieri". La parte dell'edificio di pertinenza del campo era capace di accogliere circa 200 internati, una cifra che, in realtà, non fu mai raggiunta. Lo stabile, provvisto di impianti idrico ed elettrico ma in precario stato di conservazione, era composto da un piano terreno e due superiori, comprendenti complessivamente una trentina di stanze di varia grandezza. Era inoltre provvisto di un giardino, di ampi e ben recintati cortili, nonché di spazi accessori per i servizi e la cucina, dove alcuni gestori del paese preparavano i due pasti giornalieri per i reclusi. Nell'autunno del 1940 giunsero al Castello i prigionieri del campo di concentramento di Scipione, situato sempre nella provincia di Parma a Salsomaggiore Terme. A metà dicembre i prigionieri del campo erano ormai 118, di cui 79 britannici, 28 francesi e i rimanenti di altre nazionalità. Dei britannici, una ventina erano maltesi e si trattava per la maggior parte di studenti che, prima della guerra, frequentavano università italiane. La vita quotidiana degli internati trascorreva tra le camere, il loggiato e il cortile del castello, il cui ingresso era vigilato da un gruppo di carabinieri che vi avevano impiantato un posto di guardia fisso. Con apposito permesso del direttore, i reclusi potevano accedere al giardino, o recarsi in paese per particolari incombenze. La sorveglianza interna e le altre mansioni "di polizia" erano svolte da alcuni agenti di pubblica sicurezza, al comando di un funzionario cui competeva anche il ruolo del direttore del campo. Si susseguirono in questo incarico: Carmine Medici, Olindo Tiberi, Iginio Adami, Mauro Majello e Vittorio Pietrantonio. Comuni a tutti gli internati furono le difficoltà connesse alla costrizione in una struttura piuttosto fatiscente e alla quale non erano stati apportati gli adattamenti adeguati per poter ospitare una comunità di persone così numerosa. Nell'aprile del 1941 vennero trasferiti da Venezia, dove si presume che fossero stati fermati, 58 marittimi jugoslavi, originari della Dalmazia. Con questi ultimi arrivi, alla metà di luglio, il campo raggiunse il picco massimo delle presenze: 146 internati. In quel periodo, gli slavi e i francesi furono promotori di uno sciopero della fame per ottenere migliori condizioni di vita e, in particolare, l'istituzione di una mensa autogestita. Nei giorni successivi all'8 settembre 1943 i tedeschi presero possesso del campo, arrestarono il direttore e gli agenti e trasferirono una cinquantina di internati (quelli che dei 103 presenti non erano riusciti a fuggire) nell'edificio delle scuole elementari di via Veneri, nel quartiere reggiano di Santa Croce, lasciandoli lì fino al dicembre dello stesso anno. Con la chiusura del campo, però, non terminò il ruolo occupato da Montechiarugolo nell'ambito del sistema concentrazionario fascista: nell'autunno 1943 si aprì una nuova fase che vide protagonista la neonata Repubblica Sociale Italiana. Dopo il tentativo di "isolamento" degli oppositori e dei nemici, ora iniziava la fase di "raccolta" di antifascisti ed ebrei, riuniti in campi di concentramento provinciali in attesa di essere trasferiti in campi di concentramento speciali e appositamente attrezzati. E così, il vice commissario federale del Partito Fascista Repubblicano di Parma, Guglielmo Ferri, in una circolare del 3 dicembre 1943 diretta ai commissari dei fasci repubblicani della provincia, dispose che fossero riattivati i campi di concentramento provinciali e che, in particolare, le donne e i bambini ebrei fossero raccolti negli alberghi Terme e Bagni di Monticelli Terme di Montechiarugolo. Il destino di chi passava per questo campo era ormai segnato: la deportazione nei campi di concentramento e di stermino nazisti. Le prime donne e bambini giunsero a Monticelli agli inizi di dicembre 1943. Alla fine del mese erano già 40. Il campo venne chiuso definitivamente il 9 marzo 1944 quando gli internati furono trasferiti tutti a Fossoli di Carpi, da dove partirono per Auschwitz insieme ad altre 835 persone con il convoglio del 5 aprile. Tra i bambini rinchiusi nei due edifici di Monticelli ci furono anche Donato e Cesare Della Pergola, figli del rabbino di Parma e di Emilia Camerini, catturati il 12 dicembre 1943 e condotti al campo con la madre, le zie e la nonna.

Bibliografia e approfondimenti:

  • Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. L'internamento civile nell'Italia fascista (1940-1943), Giulio Einaudi Editore, Torino 2004;
  • Marco Minardi. Tra chiuse mura. Deportazione e campi di concentramento nella provincia di Parma 1940-1945, Comune di Montechiarugolo 1987;
  • sito web dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Parma.

Memorialistica:

  • Dora Klein, Vivere e sopravvivere. Diario 1936-1945, Mursia Editore, Milano 2001.

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