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Jesi (AN)

"Figli di questa terra, col pensiero alle mura natie, caddero nelle guerre di un secolo, diverse nel fine e nella sorte, eguali nel sacrificio; la città materna li onora, traendo dall'altissimo esempio la speranza in un mondo più umano, la fede in un mondo più giusto". Con queste parole, che si leggono sul monumento di Viale Cavallotti, la città di Jesi ricorda i suoi caduti di tutte le guerre. In questa zona, come in tutta la provincia di Ancona, il secondo conflitto mondiale è passato lasciando i suoi segni indelebili: la guerra sul fronte adriatico fu combattuta tra il 1943 e il 1944 e vide pian piano liberato quasi tutto il territorio marchigiano con numerosi scontri sanguinosi e un ingente numero di morti. L'accanita occupazione tedesca non impedì comunque che questa regione diventasse il centro principale della Resistenza dell'Italia centrale nei primi mesi del 1944. Dopo l'8 settembre 1943, la città di Jesi fu occupata dai tedeschi. Le prime bande partigiane e i GAP cittadini che iniziarono ad organizzarsi raccoglievano le forze comuniste, cattoliche, socialiste, liberali, d'Azione; successivamente, Pacifico Carotti ne divenne il coordinatore. Il 3 novembre 1943 si ebbe il primo bombardamento che interessò l'aeroporto, considerato già nel 1939 uno dei più belli d'Italia e che aveva ricevuto proprio in quell'anno la visita di Benito Mussolini. Il 12 novembre 1943 ci fu un'altra azione di mitragliamento dell'aeroporto al seguito della quale l'esodo degli sfollati da Jesi nelle campagne circostanti fu massiccio. Dal 12 al 17 luglio la città fu sottoposta a quotidiani bombardamenti delle forze aeree anglo-americane che danneggiarono, tra l'altro, anche il Palazzo della Signoria. Da parte dei tedeschi non si fecero attendere le risposte: furono fatte saltare le maggiori fabbriche cittadine, situate in prossimità della stazione ferroviaria, il mercato ortofrutticolo e il cavalcavia del Viale della Vittoria. Inoltre, fu minata tutta l'area aeroportuale. Tra il 18 e il 19 luglio ci fu l'ultimo scontro denominato "la battaglia di Montegranale": avvenuto in via Montegranale, alla periferia della città, i soldati della I Brigata del Corpo Italiano di Liberazione composto dal XXIX battaglione Bersaglieri e dal battaglione Alpini "Piemonte" combatterono contro le truppe tedesche e riuscirono a liberare la città. Il mattino del 20 luglio 1944, infatti, un drappello di alpini del Corpo Italiano di Liberazione, avanzò verso nord. Attraversato il fiume Esino, questi alpini riuscirono ad entrare in città alle 6.30, armati di fucile e con la fascia tricolore al braccio. Ma Jesi porta oggi i segni sul suo territorio anche di avvenimenti più tragici. Nel centro della città, presso l'arco Clementino, si trova un luogo testimone di due efferati delitti: il 17 gennaio 1944, sulla soglia della sua abitazione, fu colpito ed ucciso Antonio Blasetti, segretario locale del rinato partito fascista. Si volle dare allora monito alla cittadinanza, e così l'8 febbraio i fascisti fucilarono, in via delle Orfane, davanti al muro che sostiene il giardino del brefotrofio, il partigiano Armando Magnani di Belvedere, il cui corpo venne abbandonato per tutta la giornata sotto la pioggia. Il giorno dopo fu la volta di Primo Panti. Nel muro dove avvennero le fucilazioni, ancora oggi sono evidenti i segni lasciati dai proiettili. Ancora, l'ultimo tratto della strada che collega Filottrano e Jesi fu la sede di un altro efferato episodio avvenuto nel mese di aprile: in una casa colonica, in località Cannuccia, una pattuglia di fascisti trovò un fucile da caccia; poiché era stato fatto obbligo di consegnare alle autorità qualsiasi arma, vennero fucilati sul posto cinque uomini: i due fratelli Domenico e Luigi Nicoletti, e i tre fratelli Nazzareno, Mario e Cesare Carbonari. Lo stesso giorno in contrada Piandelmedico, durante un rastrellamento, un giovane, Umberto Carletti, cercò di sottrarsi alla cattura dandosi alla fuga, ma venne ucciso da una pattuglia di fascisti. Il 20 giugno del 1944 vennero catturati in via Roma una trentina di giovani. I tedeschi e i fascisti, bloccati gli accessi alla via, obbligarono questi giovani a mettersi in fila e ad incamminarsi verso via Montecappone. Giunti presso la Villa Armanni, vennero rinchiusi nella casa colonica Massacci, furono perquisiti, minacciati, bastonati e rimessi in libertà, tutti tranne sette: cinque iesini, Mario Saveri, Armando e Luigi Angeloni, Alfredo Santinelli e Luigi Cecchi, e due militari sbandati fuggiti dalla caserma Villarey di Ancona durante un bombardamento aereo: Vincenzo Carbone, calabrese, e Calogero Grasceffo, siciliano. Vennero accusati di essere partigiani, torturati e infine fucilati nelle vicinanze del "Burrone". Ai caduti jesini di tutte le guerre, la città ha dedicato il monumento in viale Cavallotti, inaugurato il 2 ottobre 1967.Bibliografia e approfondimenti:

  • Anpi Manche, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nelle Marche, I luoghi della memoria. Itinerari della Resistenza marchigiana (a cura di Luisella Pasquini e Nazareno Re), Il lavoro editoriale, Ancona 2007;
  • Sergio Sparapani (a cura di), La guerra nelle Marche 1943-1944, Il lavoro editoriale, Ancona 2005;
  • Ruggero Giacomini, Ribelli e partigiani. La Resistenza nelle Marche 1943-1944, Affinità elettive, Ancona 2005;
  • Duca Vilfredo, Amato Tiraboschi, Giacinto Minciotti, Lotta per la libertà nelle Marche 1943-1944, Editore Bruno Brunori, Jesi.

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