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Ancona (AN)

Comune marchigiano, capoluogo di provincia e di regione, Ancona sorge sulle pendici nord-occidentali del Monte Conero, nella costa dell'Adriatico centrale. Città d'arte con un centro storico ricco di monumenti, possiede uno dei maggiori porti italiani: principale scalo commerciale e per passeggeri non solo delle Marche, ma anche delle regioni vicine; nonché attivo quotidianamente per i collegamenti con Croazia, Albania e Grecia. Durante il ventennio fascista la città di Ancona ebbe un notevole sviluppo urbanistico, con l'apertura del Viale della Vittoria e la costruzione del quartiere Adriatico. A causa della sua importanza strategica, durante gli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, Ancona subì l'occupazione tedesca e fu colpita da numerosi e intensi bombardamenti alleati che devastarono i quartieri medievali e rinascimentali e che avevano lo scopo di preparare il passaggio del fronte. All'indomani dell'Armistizio italiano, il 13 settembre 1943 i tedeschi entrarono in città, occuparono il porto e la darsena e, nel giro di pochi giorni, consolidarono la loro posizione: il cantiere navale, la ferrovia e le caserme passarono nelle loro mani; si prescrisse, sotto pena della fucilazione, la consegna delle armi e la presentazione dei soldati al comando tedesco; quattromila militari vennero catturati e trasferiti nei campi di concentramento in Germania. Il 16 ottobre ci fu il primo bombardamento della città, mentre il più duro fu quello del 1° novembre 1943: per trenta minuti, verso mezzogiorno, la città venne sottoposta al lancio di bombe esplosive e incendiarie. Fu colpito il rifugio di via Fanti, da cui furono estratte 150 vittime, mentre per altre il rifugio divenne una tomba. Sembra che all'interno vi fossero rifugiate dalle 400 alle 500 persone: la popolazione civile del quartiere San Pietro, i detenuti del carcere di Santa Palazia e le ospiti dell'orfanotrofio Binarelli. La paura dei bombardamenti (alla fine del conflitto se ne conteranno circa 200 su Ancona) innescò uno sfollamento di grandi dimensioni, tale che solo poche migliaia di persone restarono in città. In questo periodo si costituì anche il Comitato di Liberazione Nazionale cittadino, la cui principale attività fu l'organizzazione dei raggruppamenti partigiani della zona, composti prevalentemente da elementi provenienti dal ceto operaio cittadino. Inizialmente impegnati nel lavoro di reperimento di armi, munizioni e materiali, alcuni di loro si spostarono successivamente verso l'interno della provincia, mentre altri restarono in città costituendo i GAP che operavano nei luoghi di lavoro. Nel mese di luglio 1944 avvennero numerosi scontri nel territorio circostante che presero il nome di "Battaglie di Ancona", in quanto l'obiettivo degli Alleati era la conquista del porto di Ancona. L'esercito alleato, dopo aver liberato Loreto, Castelfidardo e Osimo, paesi in posizione dominante rispetto ad Ancona, diede l'avvio al piano per la riconquista del porto: realizzò così un'operazione di accerchiamento che aveva come punti di riferimento il monte della Crescia, Offagna, Agugliano, Sappanico e Polvergi. Proprio in questa zona, quando l'esercito si trovò in prossimità di Ancona, i GAP locali impegnarono i tedeschi in ritirata; vennero inoltre disattivate centinaia di mine poste dai nazisti sulle strade principali e fu evitata la distruzione di ponti e di vie secondarie. Il 18 luglio la città fu liberata dal II Corpo d'Armata Polacco, afferente all'VIII Armata Alleata: il locale comitato di liberazione si insediò alla guida dell'amministrazione comunale, presieduto da Franco Patrignani.

Bibligrafia e approfondimenti:

  • Enzo Collotti, Renato Sandri, Frediano Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, 2 voll., G. Einaudi Editore, Torino 2001;
  • Luisella Pasquini, Nazareno Re (a cura di), I luoghi della memoria. Itinerari della Resistenza marchigiana, Il lavoro editoriale, Ancona 2007.

Fonti
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